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PAOLA SIMONETTI

per la campagna per la Parità di Informazione Positiva #mezzopieno

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Giornalista professionista, impegnata sul sociale e sul giornalismo costruttivo. Svolge l’attività fra carta stampata, web e radio: ha lavorato per Radio Rai Uno, RTL 102,5, service radiofonici e scritto tra gli altri per Avvenire, Affari Italiani e Redattore Sociale, oggi è giornalista-conduttrice per Radio Vaticana e corrispondente per la Radio Svizzera.
Una forte vocazione per approfondire i fenomeni, i fatti, le storie con un occhio sempre attento alle buone prassi e alle iniziative che partono dal basso, quelle capaci di dare la spinta ad un’energia sociale costruttiva.


 

Qual è per lei il ruolo dell’informazione sul benessere della società?

Un ruolo importantissimo, anche se naturalmente non è l’unico. Credo che la giusta informazione, quella fatta in modo serio e circostanziato, sia fondamentale per la divulgazione di qualcosa che è utile, di servizio, sia per pensare e riflettere che per fare cose concrete. Soprattutto in un’epoca come la nostra dove i mezzi di comunicazione si sono moltiplicati.

La realtà naturalmente è molto diversa, perché troviamo molte aberrazioni e violazioni delle carte che dovrebbero regolare l’etica professionale di chi si occupa di informazione. Ma resto convinta che rivesta oggi più che mai un ruolo fondamentale.

 

Cos’è per lei una buona notizia?

Tendenzialmente io sono sempre alla ricerca di buone notizie: anche quando devo approfondire una notizia catastrofica, cerco sempre il risvolto di quella realtà. Per me la buona notizia è una storia, un fatto o un’iniziativa che, pur legandosi ad un’attualità stringente, riesce a mettere in campo le buone energie che nascono dalla resilienza, dalla capacità di restare in piedi e di non farsi travolgere dal negativo, in ogni contesto. E consentono di invertire una tendenza, portando al miglioramento attraverso modi alternativi.

Anche tutto ciò che è legato allo sconfiggere i pregiudizi e gli stereotipi è per me è una buona notizia. Andare oltre lo stigma raccontando storie sconosciute, di esponenti di settori, ambiti, comunità che hanno fatto cose di cui l’informazione non ha mai raccontato e probabilmente non racconterà mai.

Complessivamente, quindi, per buona notizia intendo quell’informazione che tende a far avere alla persona che ne fruisce una visione completa, profonda, più ampia, che naturalmente consente un maggiore senso critico.

 

Può il giornalismo rappresentare uno strumento per aumentare la fiducia e ridurre la conflittualità?

Assolutamente sì, per tutto quel che abbiamo detto finora. Anzi, penso si tratti un ruolo importante del giornalismo.

Potendo, i giornalisti dovrebbero sempre far vedere la foglia che cresce e non il tonfo dell’albero che cade. Raccontare tutto quello che tante persone fanno, in qualunque settore della società. Raccontarlo significa mettere in luce l’altra metà di un paese, quella che si impegna per cercare di far andare le cose, anche solo nella propria sfera personale. Questa informazione è importantissima per dare fiducia alle persone, per non lasciarle con un senso di impotenza. L’informazione sta cominciando a capirlo.

Il tema della riduzione del conflitto è strettamente collegato a tutto questo. Mai come in questo momento c’è bisogno di contrapporsi a quello che ha fatto tutta la politica rispetto all’istigazione alla conflittualità e all’odio. La conflittualità sociale si innesta dove c’è già povertà e disagio. Quindi per aumentare o disinnescare la conflittualità è fondamentale decidere che cosa raccontare, con quali parole, fornendo un quadro completo, eliminando gli stigmi.

 

Qual è il suo contributo per una buona informazione?

Cerco di fare in maniera molto meticolosa tutto quello che ho indicato, anche se non sempre ci riesco. Perché “stando dietro al tavolo” è difficile trovare le esperienze, i risvolti positivi. Ma compenso traendo ispirazione da quello che le persone mi dicono, da quello che accade attorno a me. E mi piace tantissimo “dare un nome ai numeri”, tirandone fuori i volti, le storie. Trovo che la testimonianza sia qualcosa di molto potente, perché chi racconta in prima persona sceglie le parole, il tono di voce, quello che ha da dire con l’energia che lo muove e che indubbiamente passa in chi ascolta e in chi legge, anche nella persona più semplice. Uno dei ruoli che abbiamo è quello di produrre informazione di livello alto, per innalzare nelle persone la capacità di saper scegliere sempre meglio.

 

Cosa vuol dire per lei vedere il bicchiere mezzo pieno?

Lo confesso: nella mia vita personale vedere il bicchiere mezzo pieno mi riesce difficile, soprattutto quando mi sento sopraffatta dai problemi. Ma ho imparato anche a trovare le risorse dentro di me per fermarmi a riflettere: faccio un bilancio di tutto quello che ho a disposizione in quel momento per poterne tirare fuori il meglio, il resto verrà. In caso di difficoltà bisogna piangere, sfogarsi, svuotarsi e poi il giorno dopo rimboccarsi le maniche e ricominciare.
Ripartire da lì, un passo alla volta. Unire l’energia che deriva dalla forza di sopravvivenza alla creatività si è rivelato sempre un successo, nella mia vita. Insomma, partire da quel contenuto già presente nel bicchiere per riuscire a riempirlo di più, magari addirittura per riempirlo tutto.


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