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Bruno Lamborghini

Il modello Olivetti nell’impresa moderna

 

n un tempo in cui il lavoro sta vivendo cambiamenti radicali e profondi, l’idea di impresa come strumento di benessere si fa sempre più urgente. Adriano Olivetti lo aveva intuito decenni fa: La “fabbrica” olivettiana non era solo un luogo di produzione ma uno spazio di partecipazione e di crescita personale e collettiva, dove si costruiva valore e ogni persona sentiva di contribuire a un obiettivo condiviso” racconta a Mezzopieno Bruno Lamborghini, già dirigente Olivetti e presidente del suo archivio storico.

 

 

“Radicata nel territorio e nella vita delle persone, l’impresa era pensata come una comunità dove si costruiva non solo tecnologia ma futuro condiviso” spiega. La visione era di un’impresa che non si limita a distribuire compiti ma che costruisce senso.

“Olivetti sognava un’azienda-fondazione, dove i lavoratori fossero parte attiva delle decisioni. Oggi imprese come la tedesca Bosch hanno lavoratori che siedono in metà del consiglio di sorveglianza e sono coinvolti nella gestione strategica dell’impresa”. In Germania questo modello ha preso il nome di “codeterminazione”, una visione a lungo termine che va oltre la storica conflittualità tra proprietà e dipendenti, promuovendo la condivisione del capitale e della responsabilità.

 

 

“Oggi, in un’Italia fatta di piccole e medie imprese spesso a conduzione familiare, questa visione trova terreno fertile. La complessità crescente e l’imprevedibilità del mercato richiedono resilienza e adattabilità, qualità che fioriscono in particolare modo in ambienti dove tutti si sentono parte del cambiamento” sottolinea Lamborghini. Gli adattamenti richiesti da un mercato sempre più ampio e interconnesso richiedono reazioni e cambiamenti rapidi che si possono fare solo se c’è condivisione di tutti i partecipanti, gli stakeholders.

“Al centro della fabbrica olivettiana ci sono le persone, che crescono condividendo la stessa cultura di libertà, di rispetto reciproco, nella consapevolezza di operare per costruire valore reale e agire per il bene comune”.

 

“Davanti ad un mercato del lavoro in crisi di identità, le aziende devono offrire più dello stipendio per attrarre e trattenere le persone e i talenti: devono offrire fiducia, personalizzazione, gioia di lavorare per uno scopo nobile”.  Citando la torneria marchigiana Paradisi che ha creato un’associazione dei dipendenti, cedendo loro quote del capitale sociale, Lamborghini invita a non guardare al modello Olivetti come a un ricordo, ma come a una risorsa viva: “Non abbiamo perso Olivetti, lo abbiamo ereditato. La filosofia liberista che ha dominato per decenni sta tramontando e il suo modello fortemente italiano sta facendo scuola in una nuova forma di welfare aziendale che viene studiata e che ispira imprese di tutto il mondo”.

 

 

 

LE BUONE PRASSI DI MEZZOPIENO AL LAVORO 

Dal programma Mezzopieno per l’organizzazione positiva del lavoro

Le imprese di comunità

 

Le imprese di comunità sono organizzazioni economiche che nascono dal territorio e per il territorio, con l’obiettivo di generare valore condiviso. Non si limitano a produrre beni o servizi ma costruiscono legami, opportunità e fiducia. In un contesto di globalizzazione della produzione questo modello può esistere e prosperare se sa valorizzare la propria identità territoriale e costruire relazioni significative e generative con il mondo esterno. Le imprese di comunità incarnano una visione olivettiana del lavoro: partecipazione, responsabilità, bellezza. Investire in questo modello significa credere che l’economia possa essere cura, educazione, speranza. 

La globalizzazione che ha reso i mercati più interconnessi ha anche generato fragilità sistemiche: filiere lunghe, dipendenze geopolitiche, perdita di senso. In questo scenario, le imprese di comunità offrono un modello complementare, capace di valorizzare risorse locali, cultura, competenze artigianali o sociali e di collegarsi al mondo, esportando prodotti, idee, modelli organizzativi, senza perdere la propria anima. Costruendo reti ibride con università, enti pubblici e corpi intermedi, queste aziende possono mantenere una governance partecipata e inclusiva se mantengono salda la vocazione al bene comune. In questo contesto, il lavoratore si avvicina di più alla figura dell’imprenditore, sente l’azienda più propria e vive il lavoro con più soddisfazione, persino con la gioia di lavorare per uno scopo nobile. Con la fiducia reciproca, si possono condividere obiettivi e risultati, creare più benessere e migliorare la produttività e la stabilità. Non più datori di lavoro e lavoratori ma corresponsabili nella creazione di un bene più grande e ambizioso.

 

 


 

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Questa testimonianza appare su Mezzopieno News #57

 

 

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© MEZZOPIENO NEWS | TESTATA REG. TRIB. TORINO 19-24/07/2015

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