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LA FELICITÀ PERFETTA

Editoriale

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Tutti aspiriamo alla felicità. Ogni cosa che facciamo tende a realizzare
una visione della vita che per ognuno di noi rappresenta la realizzazione dei
nostri desideri e il raggiungimento del nostro appagamento.

Ma quante volte abbiamo realizzato di essere davvero felici?

La felicità si realizza nella differenza tra ciò che siamo e quello
vorremmo essere. Più sottile è la distanza tra queste due dimensioni, più forte
è la nostra sensazione di felicità.

Ogni cosa che contribuisce ad avvicinare i due estremi dell’essere e del
diventare, collabora ad alimentare la nostra percezione di soddisfazione.
Questo continuo movimento che spinge tutta la nostra vita si sviluppa attorno a
due approcci diversi e talvolta opposti: l’azione e l’accettazione.

La via attivista si realizza agendo, lottando e resistendo per
perseguire degli obiettivi, tentando di soddisfare i bisogni e il proprio
concetto di giustizia. Questa modalità tipica della mentalità occidentale è il
risultato del pensiero razionalista che mette al centro l’uomo e le sue
capacità, esaltando il primato dell’intelligenza, del dinamismo e della
determinazione come valori di realizzazione e di completezza.

Essendo tuttavia noi essere umani volubili e fallaci, questo criterio
non raggiunge, se non occasionalmente, il suo obiettivo e si incespica spesso
nello circolo delle ambizioni che spostano costantemente i traguardi sempre più
lontano. Da qui la frustrazione di non essere mai vicini alla realizzazione e
la perenne latente sensazione di infelicità e di incompletezza.

Un altro modo di colmare il vuoto tra essere e volere è quello più
tipicamente orientale che trova il suo spazio nell’accoglienza. Se si fatica
per raggiungere la felicità continuamente spinta più in là dai desideri e dalla
presunzione, allora un’alternativa può essere quella di agire coscientemente
sulle pretese e sulle aspettative.

Vi siete mi chiesti perché i bambini ridono con tanta frequenza o gli
abitanti dei piccoli villaggi africani appaiono quasi sempre sereni? Sono la
dimensione del bisogno e la rincorsa alla realizzazione che fanno la
differenza.

La felicità si realizza nella semplicità e prende forma nella sua
condivisione. I poveri, gli umili e i docili non cercano ma accolgono ciò che
hanno come il meglio che in quel momento può esserci. L’aspetto contemplativo
prende posto di quello costruttivo. Qualcuno la interpreta come pigrizia ma si
tratta di accoglienza.

Per una società come la nostra questo modo di intendere la vita può
apparire estremamente lontano e arcaico anche se ne subiamo il fascino.
Scetticismo e disillusione ci suggeriscono la sua irrealizzabilità nel nostro
contesto efficientista e competitivo.

Un compromesso tuttavia è possibile. Non si tratta di mettere da parte
l’intelligenza ma di ampliarla, armonizzare la nostra parte intuitiva con
quella razionale. Con la logica non si può raggiungere in pieno il senso di
tutte le cose ma si può prendere consapevolezza della nostra limitatezza.
Occorrono fiducia, coraggio e responsabilità, diventare metaforicamente poveri,
disposti anche a rinunciare talvolta alla propria voglia di essere felici.

Il nostro pensiero razionalista può aiutarci nell’accettazione, passando
attraverso un impegno consapevole che migliori la nostra capacità di coltivare
la comprensione, la gentilezza, la collaborazione, il perdono, la mitezza e
quanto ci mette in condizione di metterci in sintonia con gli altri e con il
mondo, di condividere bellezza e fallimenti, di riconoscere le differenze e
valorizzarle, abbassare le pretese e convivere con i nostri limiti.

Come una farfalla che sfugge se la si segue, la felicità si poggia su
chi la contempla ed è disposto a gioire anche della sua libertà.


Luca Streri


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