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PLASTICA: LA NATURA RIMEDIA A MODO SUO

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L’ONU ha definito l’inquinamento da plastica il più
pericoloso in assoluto poiché è in grado di causare danni irreparabili al
pianeta. La plastica abbandonata sta danneggiando la salute dell’uomo, ma anche
quella degli animali in particolar modo di quelli marini, dal momento che
ogni anno 8 milioni di tonnellate finiscono negli oceani. Questo tipo di
inquinamento è presente sia nelle nazioni più sviluppate, sia in quelle in via
di sviluppo. La produzione e lo sviluppo di migliaia di nuovi prodotti in
plastica ha avuto un’accelerazione dopo la Seconda guerra mondiale, ma in
particolar modo negli ultimi 15 anni nei quali è stata realizzata circa la metà
della plastica globale, passando da 2,3 milioni di tonnellate del 1950 ai 448
milioni di tonnellate del 2015. Dati che sono destinati a raddoppiare entro il
2050. Il problema principale è che il PET, cioè polietilene tereftalato, che è
la tipologia di plastica più diffusa al mondo, impiega centinaia di anni a
degradarsi.

Per cercare di risolvere questo problema gli scienziati
hanno trovato tre possibili soluzioni:

ENZIMA PETase E MHETase.

Gli scienziati della Portsmouth University del Regno Unito e
del National Renewable Energy Laboratory del Dipartimento dell’Energia Usa
hanno condotto uno studio con un’equipe di 21 scienziati capeggiati dal Prof.
John McGeehan, direttore del CEI (Centre for Enzyme Innovation) dell’Università
di Portsmouth insieme al collega americano il Dr. Gregg Beckham. Già nel 2018
il team del Prof. McGeehan ha scoperto una versione ingegnerizzata dell’enzima
PETase in grado di decomporre la plastica. Durante lo studio attuale,
attraverso le tecniche dell’ingegneria genetica, si è unito l’enzima PETase,
proteina in grado di digerire la plastica in pochi giorni, all’enzima MHETase.
Come ha spiegato il biologo strutturale Bryon Donohoe del NREL: «Dopo appena 96
ore si può vedere chiaramente, con un microscopio elettronico, che la PETasi
sta degradando il materiale. E questo test – ha aggiunto – viene condotto
usando i rifiuti reali che si trovano nelle discariche e negli oceani».

L’ENZIMA DISINTEGRA PLASTICA

Da uno studio condotto dalla Carbios e dell’Istituto per le
biotecnologie di Tolosa, in Francia, è stato scoperto un enzima in grado di
rendere la plastica riciclata in tutte le sue forme (trasparente, colorata,
opaca e multistrato) con proprietà biologiche uguali al PET petrolchimico. Il
vicedirettore generale della Carbios, Martin Stephan, ha raggiunto un accordo
con la società di biotecnologie Novozymes per trasportare il riciclaggio del
PET su scala industriale entro il 2024 o il 2025 utilizzando i funghi, così da
ridurre il costo della lavorazione al 4% di quello impiegato per produrre la
plastica vergine. Molte aziende come L’Oréal, Nestlé Waters e Pepsi si sono
mostrate interessate a questo nuovo approccio sostenibile e hanno creato un
consorzio per velocizzarne l’immissione sul mercato. Questo enzima durante i
test si è rivelato molto efficace, infatti è riuscito a degradare una
tonnellata di bottiglie in plastica di scarto per il 90% in dieci ore, dopo
essere stato macinato e riscaldato a 72 C° per stabilizzarlo.

I BATTERI MANGIA-PLASTICA

I batteri mangia-plastica sono dei microrganismi marini in
grado di “sgranocchiare” questo materiale. Alcuni ricercatori hanno analizzato
in che modo le comunità microbiche si accumulano sulla plastica, contribuendo
al suo degrado, arrivando così alla conclusione di un meccanismo biologico
naturale che si potrebbe in futuro sfruttare per migliorare le strategie contro
l’inquinamento da plastica negli oceani. I ricercatori hanno condotto uno
studio raccogliendo campioni di detriti di polietilene e di polistirolo.
Essendo già stati esposti a fattori di deterioramento, come l’acqua salata e i
raggi solari, i piccoli frammenti sono stati immersi in acqua insieme a due
diversi tipi di comunità microbiche, in grado di sopravvivere utilizzando il
polietilene e il polistirolo come una fonte di carbonio. Dopo cinque mesi, è
risultato che entrambi i batteri sono riusciti a ridurre il peso del
polistirolo fino all’11% e del polietilene fino al 7%.

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Articolo scritto dai giovani giornalisti gentili della Scuola IPC Bellisario, Mondovì (CN) classe 3A – gennaio 2021

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